Taranto: prostitute in aumento e nude in pieno giorno

Le vie del sesso a pagamento aumentano a Taranto. Ogni 100 metri  c’è fissa la prostituta di turno pronta a tutte le ore del giorno. Nella zona del carcere, in zona salina grande, per tutta la strada vicinale Galera Montefusco, nella  zona industriale di Faggiano, nel tratto della provinciale 104 che incrocia la statale per San Giorgio, queste alcune delle zone interessate.

Arrivano al mattino presto, alcune già in divisa, le altre spesso indossando abiti normali e poi si cambiano in fretta, tra i cespugli o per strada.

È di ieri il caso di una giovane prostituta che sulla strada provinciale 104, all’altezza della rotatoria per Talsano sostava sul ciglio della strada indossando soltanto un reggiseno.

In zona Porto la situazione è ancor più deprecabile perché in strada, ai margini dei marciapiedi sono ben visibili i resti del lavoro: profilattici e fazzoletti sporchi.

Molte di queste donne sono ridotte in schiavitù, consegnano il denaro guadagnato al protettore che passa a controllare la situazione ogni due ore circa, prende i soldi e va via.

Queste giovanissime provengono alcune dall’Est, altre dal nord Africa. Ragazze irretite dalla malavita, abusate ripetutamente e sfruttate da “protettori” senza scrupoli.

Chissà cosa penserebbe oggi, la senatrice Merlin della legge che porta il suo nome introdotta per chiudere le case di tolleranza e combattere lo sfruttamento della prostituzione. Dal 1958 ad oggi, il tema della prostituzione continua a rimanere al centro del dibattito politico e innumerevoli sono state le proposte, anche recentemente, di variazione e di revisione della legge n.75.

Un decreto del 1859, voluto dal conte di Cavour, autorizzava l’apertura di case controllate dallo Stato per l’esercizio della prostituzione. Nel febbraio del 1860 il decreto fu trasformato in Legge e ne fissava le tariffe e altre norme, come la necessità di una licenza per aprire una casa e di pagare le tasse, controlli medici da effettuare alle prostitute per contenere le malattie veneree. Il testo definitivo della legge, approvato nel 1888, vietava inoltre l’apertura di case di tolleranza in prossimità di luoghi di culto, asili e scuole e imponeva che le persiane dovessero restare sempre chiuse: di qui il nome di “case chiuse”.

Il 6 agosto del 1948 la senatrice socialista Lina Merlin presenta il suo disegno di legge per chiudere le case di tolleranza. E’ un’Italia, quella del 1948, ancora estremamente arretrata, dove le donne hanno da poco conquistato il diritto al voto e dove il ministro dell’interno Mario Scelba ha appena vietato l’uso del bikini nelle spiagge. Ma Lina Merlin non si scoraggia e dà inizio alla sua battaglia di civiltà per l’emancipazione femminile. Prende il via così, nelle aule di Camera e Senato, un lungo iter parlamentare che vedrà la sua conclusione solo nel 1958.

Dieci anni per approvare una legge che ancora oggi suscita opinioni controverse. L’abolizione delle case chiuse cioè non ha abolito la prostituzione, come sperava la senatrice socialista negli anni Cinquanta, anzi è in continuo aumento.

Il dibattito, oggi, è ancora aperto, poiché i risvolti negativi della legge sono sotto gli occhi di tutti: la clandestinità dilaga, lo sfruttamento è aumentato, i protettori si approfittano di questa situazione, sicuri che le loro donne non si pronuncino in qualche denuncia.

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