Nell’area marina protetta (Amp) di Porto Cesareo, in Salento, sono morti decine di migliaia di esemplari di Pinna nobilis, il più grande mollusco bivalve del Mediterraneo e specie protetta.

La causa sarebbe un agente patogeno.

Ne dà notizia l’Amp Porto Cesareo che ha informato Ministero dell’Ambiente, Capitanerie di Porto, Ispra, Asl e Conisma.

“Nei prossimi giorni – spiega il direttore dell’Amp Porto Cesareo, Paolo D’Ambrosio – verranno eseguiti ulteriori monitoraggi in sinergia con il settore veterinario dell’Asl Lecce al fine di eseguire approfondimenti epidemiologici e tossicologici”.

Secondo gli operatori scientifici, la moria è avvenuta negli ultimi sei mesi, poiché durante il precedente monitoraggio di novembre i molluschi erano vivi. Da qui l’ipotesi che l’epidemia sia stata causata da un agente patogeno. Le immersioni sono proseguite anche in altri siti constatando che la moria interessa l’intera costa sino a profondità di 40 metri.

Indicatore naturale dello stato di salute delle acque, la Pinna Nobilis funge anche da “filtro”, assorbendo dall’acqua sostanze inquinanti e agenti patogeni. Uno dei motivi che dovrebbe indurre a non consumare questo mollusco oltre al non meno importante pericolo di estinzione. E’ inserita nella lista rossa della direttiva dell’Unione Europea tra le specie di interesse comunitario che richiedono una protezione rigorosa e perciò ne è vietata la raccolta se non per scopi scientifici.

Indicatore dell’inquinamento marino, può raggiungere lunghezze che sfiorano un metro. E’ un organismo che vive fissato nella sabbia o nella roccia. In questa posizione si lasciano attraversare da un flusso di corrente, così da catturare le particelle o i piccoli organismi che si trovano in sospensione nell’acqua di mare. Il colore è bruno con scaglie più chiare: l’interno è lucente con la parte anteriore madreperlacea.

Il motivo del suo prelievo era legato alla commestibilità del mollusco, alla commercializzazione della conchiglia (come souvenir o per collezionisti) e all’uso del bisso come pregiata fibra tessile, conosciuta come seta di mare. Infatti, i filamenti utilizzati dalla nacchera per ancorarsi al fondo hanno delle caratteristiche peculiari: possono raggiungere anche i 20 centimetri di lunghezza, sono molto resistenti, lucenti e hanno dei riflessi dorati. Specifiche che li hanno resi materia prima per produrre tessuti dalle tonalità calde e vive.

Dal bisso si ricavavano pregiatissimi e costosissimi tessuti con i quali già nell’antichità si confezionavano vesti per i personaggi più illustri e influenti della società babilonese, assira, fenicia, ebraica, greca e romana. Il bisso, infatti, nei secoli si è configurato come un tessuto regale, riservato a imperatori e papi. Un materiale utilizzato anche dai pescatori che ne hanno sempre decantato la potente proprietà emostatica, utilizzata per le medicazioni che si procuravano in barca. Fino alla metà del secolo scorso il bisso veniva ancora raccolto e lavorato in Puglia, nel territorio di Taranto con il nome di lana-penna.

A Taranto lo ritroviamo anche all’interno dell’enciclopedico resoconto del viaggio dell’abate di Saint-Non nell’antico regno di Napoli, che così scrive: “A  Taranto non si tinge più lana, ma si lavora molto con impegno la seta della Pinna Marina, di cui andammo a vedere la manifattura. I pescatori prendono questa conchiglia nel Mare Grande. Si sa che da ciascuna di queste specie di bivalve, del genere delle cozze, viene  fuori un piccolo pezzetto di una seta fulva e luccicante; questi pescatori vendono la seta grezza a diciotto carlini alla libbra”.

Oggi la maggiore sensibilizzazione ha ridotto o azzerato questi prelievi e per quanto riguarda il bisso in alcuni casi viene prelevato senza uccidere l’animale. In Sardegna, nell’area di Cussorgia, tra Calasetta e Sant’Antioco, la morbida fibra viene filata, tessuta e utilizzata per realizzare ancora preziosissimi ricami. Dopo un’accurata pulitura da residui marini come alghe e conchiglie, viene tessuto e tinto secondo un’antichissima tradizione che rimanda addirittura ai Fenici. Chiara Vigo, tessitrice sarda, è l’unica in Europa ed una delle poche al mondo che ancora tesse questa “seta del mare”. Chiara Vigo porta avanti un’arte complessa, che richiede maestria e pazienza: tinge il suo bisso con erbe che raccoglie durante il periodo di luna nuova, lo stende solo quando tira il libeccio, lo tratta con il latte di capra e lo fila solo con un fuso di canna passando poi al lavoro su un pesantissimo telaio in legno, ripetendo all’infinito gesti di certosina precisione.