Lo scompenso cardiaco è il capolinea di molte malattie del nostro organismo. Il cuore si sfianca e fatica a pompare sangue ai tessuti.

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Un nuovo farmaco, disponibile dalla primavera scorsa anche nel nostro Paese, abbatte la mortalità cardiovascolare del 20% allungando la vita dei malati di un anno e 3 mesi in media. E’ il capostipite di una nuova famiglia di medicinali ed “è il farmaco che si aspettava  da 15 anni“. Lo spiega Michele Senni, direttore dell’Unità strutturale complessa di Cardiologia 1-Scompenso e trapianti di cuore all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, intervistato dall’AdnKronos Salute in occasione dell’evento formativo ‘Esperienze a confronto 2017. Updates and best practice in Hf’ che si è svolto a Pero, Milano.

Lo specialista ha coordinato per l’Italia lo studio ‘Paradigm-Hf’ ed è entrato nella storia della cardiologia come il più grande studio mai condotto sull’insufficienza cardiaca e il primo a dimostrare la possibilità di ridurre la mortalità per scompenso. Protagonista della svolta è il mix sacubitril/valsartan, indicato per ora contro lo scompenso cardiaco cronico di tipo sistolico. Quello, cioè, che compromette la funzione di pompa del cuore.

La terapia agisce con un doppio meccanismo: alla vasodilatazione e al calo pressorio prodotti dal valsartan si unisce l’effetto del sacubitril, inibitore di un enzima, la neprilisina, che degrada alcuni ormoni fabbricati dal muscolo cardiaco per ridurre la pressione arteriosa e favorire l’eliminazione del sodio attraverso le urine. In altre parole, il trattamento ‘2 in 1’ aiuta il cuore nella sua duplice funzione, quella di pompa e quella di ‘ghiandola’.

Uno dei vantaggi più concreti per i malati – “pazienti anziani spesso con più patologie, che arrivano ad assumere quotidianamente fino a 20-25 pillole”, evidenzia lo specialista – è che sacubitril/valsartan permette l’assunzione di una compressa due volte al giorno. Dal trial, condotto su oltre 8.400 malati, “non emerge soltanto un aumento della sopravvivenza – ricorda Senni – ma anche una migliore qualità della vita in termini di riduzione delle riospedalizzazioni“, con un -21% di ricoveri per scompenso cardiaco.

“Questo impatta tantissimo sulla sopravvivenza – fa notare l’esperto – Basti pensare che per un paziente con scompenso cardiaco subire un’ospedalizzazione significa avere un’aspettativa di vita di 2,4 anni, mentre con 2 ospedalizzazioni la prognosi si dimezza a 1,2 anni”. Inoltre “il paziente si sente meglio perché diventa più attivo, più dinamico. I suoi parenti si accorgono che cambia, anche nell’umore e nella prontezza cognitiva, perché in questi malati c’è un decadimento causato dal fatto che il cuore non pompa abbastanza sangue al cervello. Proprio su questo fronte è in corso uno studio ad hoc”.